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Home » Approfondimenti » Professione psicologo » PSICOTERAPIA DA BOOMER

PSICOTERAPIA DA BOOMER

13/10/2024 scritto da Sara Guerrazzi

“I tempi cambiano”, non esiste frase più vera e inflazionata di questa.

Cambiano le mode, cambiano le abitudini, cambia il linguaggio, cambia la nostra percezione del tempo che passa.. e allora mi chiedo: “Cambia anche la Psicoterapia?”.

Ultimamente mi sono posta spesso questa domanda, anche perché, come accennavo, la mia formazione risale “ai tempi dei boomer”, ho ricevuto insegnamenti e preziosi dettami grazie ai quali ho sviluppato un rapporto con la terapia e con il Setting che oserei definire quasi Liturgico.

Ho imparato a lavorare con i pazienti dal vivo, per cui, sono abituata a osservarli in toto ed a dare importanza ad una serie di dettagli che mi aiutano a dare completezza al nostro rapporto (quante volte suonano il campanello, dove si collocano in sala d’attesa, con quanto anticipo o ritardo si presentano ecc), ho imparato, inoltre, a porre molta attenzione alla prossemica, alla mimica del corpo, all’odore di chi ho davanti ed a molto altro ancora.

Poi è arrivata la pandemia, ed ho conosciuto la Psicoterapia online, la prima sensazione è stata quella di sentirmi disarmata ed un po’ smarrita ma, con il tempo, ho trovato il modo per “stare” anche in questo nuovo luogo, che tutt’ora continuo a percepire come incompleto, ma come dicevo, sono una boomer e, come tutti, ho decisamente i miei limiti.

“I tempi cambiano”, la psicoterapia online si è diffusa sempre più e, da un po’ di tempo, è nato un nuovo mercato, quello delle piattaforme.

Tutti le conosciamo, non c’è bisogno che vi spieghi di cosa si tratta. In questi servizi l’utente dispone di centinaia, migliaia di colleghi tra cui scegliere, spesso, dopo la compilazione di un questionario viene suggerito “il giusto invio” ed in questo modo molte persone hanno il modo di iniziare il loro percorso terapeutico.

Mi chiedo spesso come i colleghi si siano formati per lavorare in una modalità così distante da quella dal vivo, se siano le piattaforme stesse ad offrire percorso formativi, o se abbiano fatto privatamente corsi specifici, a quali dettagli abbiano imparato a dar valore, quali siano i loro parametri per cogliere le sottili sfumature del mondo comunicativo del paziente.

Perché, personalmente, quando mi capitano sedute in videochiamata mi accorgo di lavorare in modo diverso, non peggiore o migliore, ma sicuramente diverso.

Mi sono chiesta quanto un narrazione di questo tipo potesse condizionare il processo di selezione del terapeuta.

Per esempio, mi stanco prima, per cui concordo di concludere il colloquio con almeno 5 minuti di anticipo rispetto a quelli dal vivo, ho la sensazione che sia più facile distrarsi, gesticolo molto meno, il mio corpo è più statico (eppure sono seduta tanto quanto nel colloquio dal vivo).

“I tempi cambiano” e le piattaforme hanno cominciato ad investire in maniera più che corposa nella pubblicità.. eccoci, finalmente siamo arrivati ai recenti fatti. Scusate se l’ho presa alla larga 🙂
Sono settimane che il mio stomaco mugugna, perché se i dubbi sul Setting appena narrati hanno evocato dentro di me interrogativi a cui però sono certa troverò risposta, le pubblicità che vedo scorrere sulla bacheca mi fanno sentire a disagio.

La prima sensazione che ho contattato è stata il fastidio, non posso negarlo, forse anche disgusto. Facce di giovani colleghi associate a normali eventi di vita.. “Sono Sara, anche io dimentico l’ombrello in studio se fuori ha smesso di piovere”..

Perché noi lo sappiamo bene, non è mai casuale il modo in cui un paziente ci trova ed eventualmente ci sceglie. Narra già molti aspetti di lui ed offre un ricchissimo spaccato di lavoro, che personalmente considero oro colato. “Mi hanno dato il tuo numero, è stata una persona fidata”, “Ho letto un pò di CV, il tuo mi ha colpito perché..”, “Dalla foto sembravi simpatica!”.

E invece no, mi ha scelta perché pensa che anche io dimentichi l’ombrello, e magari non è neppure vero!

E allora mi chiedo: mi ha scelta o è stato indotto a scegliermi? Le foto sono di veri colleghi o si tratta di attori? I colleghi hanno potuto scegliere la frase a cui sono stati abbinati? Li rispecchia? Insomma il mio cervello ribolle da settimane e spero tanto di poter ricevere risposta.

Successivamente mi sono anche chiesta perché io non avessi mai valutato di pubblicizzarmi in questo modo, e la risposta è arrivata veramente in un attimo.

Il Self-disclosure è una tecnica terapeutica, tanto quanto una confrontazione o un’interpretazione. Personalmente non mi sognerei mai di usarla in un terreno scivoloso come quello pubblicitario. Perché sono un sanitario, un tecnico, un professionista, e conosco il valore degli strumenti terapeutici.
Poi è arrivata la convenzione con il sapone intimo, e allora il mugugno è diventato bruciore. Ho sentito in campo una forte svalutazione professionale, ed anche una forma concorrenziale veramente scorretta.

Sensazioni non documentabili, non sono un giurista e neppure un avvocato e credo che ognuno debba parlare nella vita di quel che sa, per questo mi concentro meramente sul mio “sentire”.

“I tempi cambiano” e di sicuro sta cambiando anche la Psicoterapia, sta mutando il suo Setting ed a quanto pare anche la sua pubblicizzazione.

Non possiamo non prendercene cura, non possiamo non parlarne.
Spero che presto sarà consuetudine svolgere e fornire formazione specifica, aprirci al confronto tra colleghi e soprattutto narrare all’utenza la differenza dei vari Setting in modo che possano scegliere consapevolmente di che tipo di servizio usufruire.

Perché la terapia è un abito, e noi professionisti sappiamo benissimo l’importanza di cucircela addosso, questo la rende meravigliosamente varia, ma anche molto confusiva per i “non addetti ai lavori”.
Perché non sono sicura che i nostri pazienti capiscano la differenza tra un Setting online ed uno dal vivo, tra il Setting di un libero professionista e quello di una piattaforma, e visto che la consapevolezza è la chiave di una scelta ben fatta, dobbiamo loro chiarezza.

Perché non conoscono i nostri strumenti e non sanno individuarli all’interno di uno spot.

Non so a cosa andremo in contro, se ci saranno sanzioni, se sarà un primo stimolo per mettere nuovamente mano al codice deontologico, in questi giorni si leggono molte cose.. quello che so è che noi Psicologi possediamo uno strumento meraviglioso, la parola. Usiamola per un dialogo più aperto, usiamola per la divulgazione, usiamola per un sano confronto, usiamola sempre a favore dei nostri pazienti.

PS Sono nata nel 1982, in realtà rientro in categoria Millennials.

Categoria: Professione psicologo

Sara Guerrazzi

Psicologa e Psicoterapeuta, Responsabile alla Comunicazione di Professione & Solidarietà


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