Introduzione di Jessica Ciofi
L’art. 1 comma 525, L. n. 145/2018, impone che la comunicazione sanitaria riguardi solo: “i titoli, le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio (…) funzionali a garantire il diritto ad una corretta informazione sanitaria, restando escluso, nel rispetto della libera e consapevole determinazione del paziente, della dignità della persona e del principio di appropriatezza delle prestazioni sanitarie, “qualsiasi elemento di carattere attrattivo e suggestivo, tra cui comunicazioni contenenti offerte, sconti e promozioni, che possa determinare il ricorso improprio a trattamenti sanitari“.
Questo articolo pone l’accento sul legame tra elementi suggestivi del messaggio promozionale ed il ricorso a trattamenti sanitari impropri.
Posto che da nessuna parte viene specificato cosa si intenda per “elementi attrattivi e suggestivi” nel caso dei trattamenti psicologici ci si potrebbe domandare anche in quali occasioni si potrebbe definire improprio un percorso psicologico che, non essendo di per sè necessariamente finalizzato alla cura di una patologia, ma avendo anche altro genere di finalità (penso alla psicologia del benessere, alla psicologia del lavoro e così via) si potrebbe concludere che non sia mai improprio.
Naturalmente sta nella responsabilità e nelle competenze del professionista valutare, a partire dall’analisi della domanda, il tipo di percorso da proporre e concordare.
Ciò detto si impone una riflessione sui contenuti del messaggio promozionale perché, al di là delle norme, dobbiamo avere presenti, almeno due questioni fondamentali che hanno a che fare con un tema valoriale.
La prima è che nel proporci alla cittadinanza, ci facciamo portatori di un tema delicato e costituzionalmente garantito che è il diritto alla salute e come tali dobbiamo mettere in campo le nostre conoscenze e competenze basandoci su un sapere codificato e validato dalla comunità scientifica e non solo su credenze personali.
La seconda è che i nostri messaggi e la nostra immagine si ripercuotono inevitabilmente sulla nostra comunità professionale di appartenenza nei confronti della quale abbiamo una responsabilità etica e deontologica.
A partire da tali riflessioni propongo questa ipotesi di vademecum scritto da Massimo Giusti, collega che stimo, che ha provato a sintetizzare alcuni punti centrali riguardo al come proporsi sui social media.
Rimane il fatto centrale che su questo, come su alcuni altri temi attinenti la nostra professione, siamo in una fase di transizione in cui le norme faticano a stare al passo con i mutamenti sociali.
Introduzione di Massimo Giusti
I social media sono divenuti una modalità di comunicazione ben consolidata tanto per la vita personale che professionale.
Sono di uso comune per il reperimento di informazioni sulla maggior parte dei campi dello scibile umano, tra cui la salute. Un sondaggio condotto negli stati uniti indica che l’80% della popolazione è andata a ricercare informazioni sui social media e che la ricerca di informazioni sanitarie è stata la terza motivazione in ordine di frequenza. Cito dal vademecum della APA:
“Nel 2019, si stima che il 90% della popolazione nordamericana abbia utilizzato internet (Pew Research Center, 2019), e i risultati del Pew Internet and American Life Project indicano che otto utenti su 10 sono andati online per ottenere informazioni sulla salute, rendendola la terza attività online più popolare tra quelle incluse nel sondaggio (Pew Research Center, 2014)”.
Altre ricerche in ambito europeo offrono un quadro analogo a quello americano:
Ecco alcune ricerche rilevanti sull’uso dei social media in Europa per reperire informazioni sanitarie:
- “Digital Health Literacy and Health Information Seeking Behavior in Europe” (2018)
Questa ricerca, condotta nell’ambito del progetto europeo IC-Health, ha analizzato il livello di health literacydigitale (alfabetizzazione sanitaria digitale) e il comportamento di ricerca di informazioni sanitarie attraverso i social media in vari Paesi europei. È emerso che un numero crescente di persone utilizza social network come Facebook e Twitter per cercare informazioni sulla salute. - “The Role of Social Media in Health Information Seeking among European Users” (2019)
Uno studio condotto dall’Università di Oxford ha analizzato come gli utenti europei utilizzino i social media per reperire informazioni sanitarie. La ricerca ha evidenziato l’importanza di piattaforme come YouTube e Instagram nella diffusione di contenuti relativi alla salute, con un focus particolare sulle giovani generazioni. - “Social Media as a Tool for Health Information in Europe: A Cross-Country Analysis” (2020)
Questo studio comparativo ha esaminato il comportamento degli utenti in diversi Paesi europei, concludendo che esistono significative differenze culturali e sociali nell’uso dei social media per cercare informazioni sanitarie. Ad esempio, in Paesi come la Germania e il Regno Unito, gli utenti si affidano maggiormente a fonti ufficiali sui social media, mentre in altri Paesi si osserva una maggiore fiducia in influencer o gruppi di supporto. - “Health Information Seeking via Social Media in Europe: A Qualitative Study” (2021)
Pubblicato su BMC Public Health, questo studio ha esaminato l’esperienza degli utenti europei nel reperire informazioni sanitarie sui social media. La ricerca ha sottolineato come gli utenti spesso utilizzino social media per cercare informazioni su malattie specifiche, trattamenti e condivisione di esperienze personali, ma ha anche evidenziato rischi legati alla diffusione di informazioni non verificate. - “Social Media Use for Health Information Seeking Among European Cancer Patients” (2022)
Questa ricerca ha esaminato il ruolo dei social media nella ricerca di informazioni sanitarie da parte di pazienti oncologici in Europa. I risultati hanno evidenziato che molti pazienti utilizzano gruppi di supporto su Facebook o Twitter per cercare informazioni su cure e trattamenti alternativi, ma c’è il rischio di incorrere in disinformazione.
Queste ricerche evidenziano l’importanza dei social media nel reperimento di informazioni sanitarie, il fatto che l’abitudine a rivolgersi a fonti ufficiali sia consolidata in tutti i paesi europei, che vi sia una tendenza a rivolgersi a canali NON professionali per ottenere informazioni sanitarie.
Questi dati rilevano dunque l’importanza dei nuovi media in ambito sanitario ma anche l’importanza di offrire informazioni affidabili. E’ evidente che questi strumenti abbiano un impatto sociale elevatissimo e che il loro utilizzo possa avere un impatto in termini di salute pubblica. Che è una delle due questioni imprescindibili da affrontare quando si parla di esposizione mediatica degli psicologi. L’altra è l’esclusività dell’informazione sanitaria di ambito psicologico. Due questioni che devono essere assolutamente approfondite.
L’impatto sociale dei nuovi media è dovuto all’uso degli smartphone, che consentono a chiunque di scaricare le applicazioni e utilizzarle. Ciò significa che chiunque può diffondere informazioni sanitarie.
In un panorama così vasto il controllo capillare delle fonti non affidabili è di estrema difficoltà e necessita di strumenti e strategie che ancora non sono state sviluppate. Per cui un abile comunicatore, capace di catturare l’attenzione dell’utente e persuaderlo di offrire informazioni affidabili, può diventare assai più popolare del professionista che possiede tutte le caratteristiche per essere ritenuto una fonte affidabile, ma che non possiede le stesse abilità comunicative.
La diffusione di informazioni, conoscenze e tecniche psicologiche da parte di non psicologi, comprese informazioni su presunte cure per patologie potenzialmente mortali quali l’anoressia nervosa o la depressione maggiore, oramai si trovano ovunque sui social media.
Queste considerazioni sono di estrema importanza in quanto offrono una visione d’insieme del contesto nel quale lo psicologo che si espone mediaticamente va ad inserirsi.
Lo psicologo che decide di esporsi mediaticamente non può derogare alla considerazione di 3 aspetti derimenti per questa sua scelta:
- Lo psicologo che si espone mediaticamente deve considerare che la sua capacità di catturare l’attenzione, costruire contenuti accattivanti e apparire come affidabile, non aumenterà soltanto la sua popolarità ma avrà anche un impatto su tutta la categoria professionale. Al crescere di questa popolarità crescerà anche questo impatto sulla categoria e dunque deve considerare che oltre ai vantaggi derivanti da una crescente popolarità aumentano anche le responsabilità relative all’appartenenza ad un ordine professionale.
- Esistono numerosissimi contenuti che possono essere creati e pubblicati online, col crescere della fiducia che l’utente ripone nel professionista, fiducia mediata dalla sua esposizione mediatica e non ottenuta tramite la pratica professionale, l’utente può essere portato a considerare verità scientifiche anche le opinioni personali del professionista.
- Il modo con il quale il professionista si rapporta coi suoi colleghi online incide anch’esso sull’immagine professionale.
Da queste considerazioni emergono i presenti articoli, che hanno lo scopo di dare strumenti abbastanza elastici da non limitare l’esposizione mediatica degli psicologi, così da ridurne l’impatto sociale a favore di non professionisti, ma speriamo sufficientemente chiari e ispirati ad un agire deontologico.
Art. 1
Pur senza imporlo, è vivamente suggerito l’uso di profili ad uso prettamente professionale per la propria esposizione mediatica professionale. Così da distinguere il più nettamente possibile la propria immagine personale da quella professionale.
Art. 2
Qualora il professionista intenda condividere contenuti che possono essere lesivi dell’immagine professionale, a solo titolo di esempio cito fotografie provocanti, si consiglia di non avere profili pubblici a cui tutti possono accedere in quanto col crescere della popolarità aumenteranno anche le ricerche sul profilo personale e quindi tali contenuti potrebbero risultare lesivi dell’immagine dello psicologo anche se presenti sul profilo non professionale.
Art. 3
Per quanto un contenuto possa essere creato in modo accattivante, il contenuto deve avere temi professionali. Che sia esso motivazionale, un commento a fatti di rilevanza psicologica, scientificamente basato o empiricamente basato, deve riferirsi alla pratica professionale.
Art. 4
I vari contenuti devono essere distinguibili indipendentemente dal modo col quale vengono proposti. Un contenuto con delle basi scientifiche deve essere distiguibile da un contenuto basato sull’esperienza empirica del professionista. Si deve capire se il professionista sta parlando di una ricerca o della sua esperienza sul campo; se quando commenta un fatto di rilevanza professionale sta fornendo la sua opinione o quella di un collega; se sta proponendo un contenuto di natura motivazionale o riportando i risultati di una ricerca scientifica.
Art. 5
Se viene usata una titolazione accattivante (ad es: ti svelo un segreto sull’ansia…) è necessario che nel contenuto, sia esso scritto o verbale, si mantenga un registro più attinente alla professione (ad esempio: ti svelo un segreto sull’ansia…nella mia esperienza clinica con pazienti che soffrono di ansia generalizzata ho notato che è molto utile fare questo… scrivi nei commenti se è utile anche per te). Questo al fine di evitare una modalità fuorviante di offrire informazioni.
Art. 6
É buona pratica citare autori e/o pubblicazioni a sostegno di quanto affermato in un contenuto.
Art. 7
Se viene commentato il contenuto di un collega è buona pratica e dovere deontologico non essere lesivi della sua immagine professionale (ad esempio: anziché dire “questa affermazione è sbagliata” dire qualcosa del tipo “il mio punto di vista su questa affermazione…”). E’ vivamente suggerito di confrontarsi privatamente prima di offrire un’immagine pubblica di litigiosità.
Art. 8
Se si accetta di fare pubblicità sponsorizzate queste devono essere rispettose dell’immagine professionale. E’ lecito chiedersi, a mero titolo di esempio, se pubblicizzare costumi da bagno o diffusi aromatici per ambienti sia coerente con l’immagine professionale; se sponsorizzi un centro che si occupa di ansia essere sicuri che vi lavorino figure professionali sanitarie, altrimenti si rischia di utilizzare la propria credibilità professionale per indirizzare chi cerca un professionista da figure di altro genere. Sebbene dal punto di vista del social media marketing queste possano essere considerate legittimamente delle opportunità, dal momento in cui si utilizza l’immagine professionale si deve considerare che tali opportunità non rispettare i dettami deontologici.
Art. 9
Lo psicologo che decide di esporsi mediaticamente è caldamente invitato a NON considerare la comunicazione elemento acquisito dalla formazione professionale, ma abilità su cui formarsi specificatamente al fine di proporsi in modo efficace e professionale. Per cui viene consigliata una formazione in tale ambito.
Art. 10
E’ consigliato inserire nel contenuto, ove possibile nei commenti o nello spazio della descrizione, qualche frase che specifica se il contenuto pubblicato si riferisce a esperienza personale, articoli scientifici ed eventualmente citare le fonti, se di natura prettamente motivazionale. Questi offrono utili informazioni di contesto all’utenza.
Art. 11
Il comportamento mediatico dello psicologo è soggetto alla medesima deontologia professionale, il fatto di essere in un contesto mediatico non costituisce deroga al codice deontologico ma rende invece più evidenti e pubbliche le possibili violazioni dello stesso.

