cor·to·cir·cùi·to/ sostantivo maschile
Riduzione parziale o totale della resistenza,
o dell’impedenza, di un tratto di circuito elettrico,
dovuta a un contatto diretto fra i suoi estremi:
può avere conseguenze dannose per l’eccessivo riscaldamento che ne consegue.
FIG. Difficoltà, cedimento, disorientamento.
SCHERZ. Andare in cortocircuito, cedere improvvisamente allo stress.
Il Ministro dell’Istruzione e titolare del MIM, Ministero dell’Istruzione e del Merito, Onorevole Valditara, rilascia in data 30 marzo un’intervista al Corsera che suscita la preoccupata reazione del CNOP, il Consiglio dei Consigli ordinistici degli psicologi italiani.
Infatti, nell’intervista, alla domanda della giornalista se finalmente si darà stabilità e continuità alla psicologia nelle scuole pubbliche statali, si risponde “ci stiamo pensando”.
Il che è davvero un po’ poco, soprattutto se si aggiunge nella stessa intervista che saranno introdotti docenti tutores e docenti orientatori dopo averli formati con una ventina di ore di psicologia (ma anche di pedagogia).
E qui avviene il primo cortocircuito comunicativo: il comunicato stampa del CNOP contesta la posizione del Ministro che, però, non aveva l’intento di sostituire i docenti agli psicologi professionisti, bensì vorrebbe introdurre con i fondi del PNRR un nuovo modello organizzativo sperimentale nelle scuole, articolando il profilo dei docenti come richiesto dalla stessa Unione Europea.
Soltanto la successiva Circolare del MIM no.
958 del 05 aprile 2023 fa chiarezza sul fatto e illustra le reali intenzioni governative sul tema e che qui merita riassumere almeno nei suoi contenuti essenziali, proprio per evitare di confondere acque già abbastanza agitate.
Il documento ministeriale, infatti, si propone di dare delle prime indicazioni sull’attuazione delle Linee guida sull’orientamento (Decreto 328 del 22.12.2022), pur affrontando anche l’introduzione delle figure tutoriali.
L’approvazione del suddetto decreto è attuativa della riforma prevista dal PNRR “in quanto misura per aiutare docenti, studenti e famiglie a contribuire alla costruzione di una scuola capace di contrastare la crisi educativa del Paese e dare avvio a un percorso virtuoso volto a favorire il superamento delle disuguaglianze esistenti di natura sociale e territoriale”.
Si vuole “rafforzare il raccordo tra il primo e il secondo ciclo di istruzione e formazione, per una scelta consapevole e ponderata che valorizzi le potenzialità e i talenti degli studenti e, inoltre, di contribuire alla riduzione della dispersione scolastica e dell’insuccesso scolastico e favorire l’accesso alle opportunità formative dell’istruzione terziaria.” Per conseguire tali obiettivi la figura del tutor scolastico assume una “funzione strategica”.
E anche qui compare un corto-circuito, questa volta, però, non comunicativo, bensì organizzativo: infatti, i docenti tutores devono realizzare ciò che le nuove Linee-guida sull’orientamento prescrivono per il docente orientatore, per cui i due profili sembrano sovrapporsi e confondersi: esso, infatti, “secondo le indicazioni contenute nelle Linee guida, dovrà avere un dialogo costante con lo studente, la sua famiglia e i colleghi coinvolti nell’attività didattica rivolta al singolo studente.”
In particolare nelle scuole secondarie, le ex-medie inferiori e le ex – secondarie superiori, oggi secondaria di primo e secondo grado (l’istruzione post-diploma è diventata ‘superiore’ con gli Istituti Tecnici appunto Superiori, o ITS Academy), il docente tutor deve svolgere due attività:
- Dovrà “aiutare ogni studente a rivedere le parti fondamentali che contraddistinguono ogni E-port-folio personale e cioè:
a. il percorso di studi compiuti, anche attraverso attività che ne documentino la personalizzazione;
b. lo sviluppo documentato delle competenze in prospettiva del proprio personale progetto di vita culturale e professionale (trovano in questo spazio collocazione, ad esempio, anche le competenze sviluppate a seguito di attività svolte nell’ambito dei progetti finanziati con fondi europei o, per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado, dei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO));
c. le riflessioni in chiave valutativa, auto-valutativa e orientativa sul percorso svolto e, soprattutto, sulle sue prospettive.;
d. la scelta di almeno un prodotto riconosciuto criticamente dallo studente in ciascun anno scolastico e formativo come il proprio “capolavoro””.
Inoltre dovrà “costituirsi consigliere delle famiglie nei momenti di scelta dei percorsi formativi o delle prospettive professionali dello studente, anche alla luce dei dati territoriali e nazionali e delle informazioni contenute nella piattaforma digitale unica per l’orientamento (…), avvalendosi del supporto della figura dell’orientatore, (…) come il docente che per ciascuna istituzione scolastica gestisce, raffina e integra i dati della piattaforma con quelli specifici raccolti nei differenti contesti territoriali ed economici e li mette a disposizione delle famiglie, degli studenti e del tutor.”
Le figure dei docenti tutores e del docente orientatore saranno attive dal primo settembre 2023. Saranno coinvolte circa 70mila classi degli ultimi tre anni del superiore e già dalla fine di questo mese di aprile 2023 partirà la formazione per i docenti individuati dalle singole scuole curata dall’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), e non dalle Università, il più antico Ente di ricerca del Ministero (1925) con sede a Firenze, uno dei soggetti deputati insieme all’INVALSI a far parte del Sistema Nazionale di Valutazione (SNV, ai sensi del DPR 80/2013), e che forma il personale scolastico. Attualmente diretto da Cristina Grieco, donna di scuola (prima docente, poi dirigente) con una solida preparazione tecnica, che l’ha portata a essere Assessora all’Istruzione della Regione Toscana e consigliere del precedente Ministro Bianchi, l’INDIRE ha dunque ricevuto il compito della formazione dei nuovi profili professionali sperimentali dei docenti.
Si tratta di docenti che devono preferibilmente essere di ruolo con almeno un’anzianità di servizio di 5 anni; aver svolto compiti rientranti in quelli attribuiti al tutor scolastico e al docente orientatore (funzione strumentale per l’orientamento, per il contrasto alla dispersione scolastica, nell’ambito del PCTO); aver manifestato la disponibilità ad assumere la funzione di tutor e di docente orientatore per almeno un triennio scolastico.
Conclusa l’attività di formazione “il dirigente scolastico, (…) procederà, nel rispetto delle prerogative degli organi collegiali, alla nomina dei docenti tutor e del docente orientatore per l’anno scolastico 2023/2024, in base a quanto previsto in relazione alle figure funzionali al Piano Triennale dell’Offerta Formativa.” Inoltre “nel corso dell’anno scolastico 2023/2024 saranno curate da INDIRE ulteriori attività di accompagnamento dei tutor e dei docenti orientatori e saranno promosse comunità di pratiche fra i docenti.” Chiariti i compensi spettanti, la Circolare ministeriale indica orientativamente un numero minimo (30) e massimo (50) studenti per singolo tutor.
Che c’entra tutto questo con la psicologia scolastica? Nulla e molto insieme. L’INDIRE cura la formazione di questi docenti, ma nell’intervista del Ministro e nell’intervento del CNOP si faceva riferimento alle 20 ore di formazione in “psicologia” e anche in “pedagogia”.
Adesso la Circolare chiarisce finalmente chi fa cosa e come lo deve fare, ma lo psicologo scolastico molto potrebbe fare per supportare sia il docente orientatore che i docenti tutores in attività che si presentano assai complesse.
La SIO, la Società Italiana di Orientamento, ha pubblicato un ampio e interessante commento critico sulle Linee guida del Ministero a cura di Domenico Trovato, analisi da cui emerge il carattere poliedrico dell’orientamento che necessita perciò di approcci interdisciplinari e multiprofessionali, psicologo compreso.
La questione dello psicologo scolastico è dunque molto politica. Si comprende la delicatezza della stessa se si pensa che il PD e il Movimento dei 5Stelle hanno presentato proposte di legge che si muovono in questo senso, in contrapposizione – d’altronde è il loro mestiere – allo schieramento attualmente maggioritario.
Il che – tradotto in pratica – significa che la psicologia scolastica rischia di essere uno dei terreni di scontro per la classe politica piuttosto che un tema di confronto per l’interesse generale. Ciò genera un secondo corto-circuito comunicativo: se il Ministro e il Governo dicono sì alla psicologia scolastica, le opposizioni potrebbero rivendicare il merito della loro azione; se il Ministro e il Governo intravedono il rischio della strumentalizzazione a loro danno, si rischia che essi ritarderanno la riflessione sul tema, e il “ci stiamo pensando” del Ministro riporterà al largo le scelte nazionali in materia.
Le Regioni potrebbero da parte loro introdurre i servizi di psicologia scolastica, come è accaduto nel 2004 nell’Abruzzo, successivamente nelle Marche (2021), mentre la Regione Puglia ha già integrato e potenziato la costituita unità regionale di psicologia scolastica; nel Lazio (DGR no. 39 dell’08 febbraio 2022) si sono adottati interventi anche in ambito scolastico fino al 2025 per la tutela della salute mentale e per la prevenzione del disagio psichico di adolescenti e giovani.
Ma è l’assenza di una legge quadro quello che preoccupa l’intera comunità professionale, nonostante che i recenti fatti di cronaca avvenuti nei contesti universitari, con suicidi di giovani studenti e denunce pubbliche dei loro rappresentanti e accorati appelli del mondo scolastico e universitario, pongono la necessità di dare attuazione alla normativa nazionale sullo psicologo scolastico e nei contesti dell’alta formazione.
Mette i brividi rileggere oggi la proposta di legge per l’istituzione del servizio di psicologia scolastica presentata nel lontano 2009 dal Deputato Di Stanislao: “Onorevoli Colleghi! – Il nostro Paese si trova in grave ritardo rispetto all’istituzione di un servizio strutturato di psicologia scolastica nel sistema educativo; infatti l’Italia è l’unico Paese in Europa a non avere una normativa che preveda la presenza obbligatoria della figura dello psicologo all’interno degli istituti scolastici, nonostante nel 1969 la laurea in psicologia sia stata istituita proprio in funzione dell’utilità dello psicologo nella scuola.” (…).
Invece “nel resto d’Europa è prevista la presenza continuativa dello psicologo al servizio degli insegnanti e degli studenti, nonché della scuola in generale.” E ancora: “L’ambiente scolastico, dopo quello familiare, aiuta a formare e segna profondamente la vita dei ragazzi, che trascorrono nella scuola gran parte della loro giornata ed è lì che instaurano i primi rapporti con i coetanei e con gli adulti che ricoprono un ruolo di autorità e proprio a scuola possono insorgere disagi, incomprensioni e difficoltà relazionali e nell’apprendimento.
È necessario adeguare la presenza dello psicologo nella scuola agli standard europei attraverso l’istituzione di un servizio di psicologia scolastica che operi nell’ambito del sistema scolastico al fine di dare un contributo per innalzarne la qualità, l’efficacia dell’apprendimento e dell’orientamento, la prevenzione del disagio e così accrescere l’efficienza di tutta l’organizzazione scolastica.” L’attualità delle affermazioni citate appare evidente.
Purtroppo, non bastassero i corto-circuiti comunicativi già segnalati, un terzo corto-circuito rischia di prodursi per una presa di posizione di un pedagogista e saggista, Daniele Novara, che si occupa di mediazione dei conflitti col suo Centro Psico-Pedagogico, aggettivo quest’ultimo che ebbe qualche decennio fa una breve fortuna; infatti si pensò all’epoca persino di introdurre la figura professionale dello psicopedagogista, tentativo ben presto rivelatosi vano perché e gli psicologi e i pedagogisti, quest’ultimi all’epoca operanti soprattutto negli enti locali, nei Comuni in particolare, volevano il riconoscimento della propria identità professionale ben distinta e socialmente riconoscibile (e contrattualmente più significativa).
Quando arrivò finalmente in porto la legge istitutiva dello psicologo (L.56/1989) il termine è scomparso dai radar, anche se ogni tanto torna a far capolino per indicare qualcosa di assai diverso rispetto al suo sfortunato passato, essendo in genere evocato per la giusta esigenza della collaborazione tra le scienze e le professioni che si occupano di educazione e d’istruzione.
Ebbene l’autore ha rilasciato un’intervista, questa volta sul sito, cliccatissimo tra gli addetti ai lavori, di Orizzonte Scuola (08 aprile 2023), dove alla precedente confusione comunicativa non voluta (certamente non dal CNOP, si spera anche dal Ministro) sul tema degli psicologi a scuola, si sollevano polemicamente obiezioni che questa confusione alimentano oltre misura.
Tema iniziale dell’intervista è la scuola e i DSAp, alias Disturbi Specifici dell’Apprendimento, intervista in cui l’autore così afferma: “La mia idea su questo punto l’ho espressa già all’epoca della pubblicazione del mio libro Non è colpa dei bambini, quando nel 2017 per la prima volta denunciai l’eccesso di neuro-certificazioni nelle scuole, con la sparizione del bambino difficile che era diventato un bambino con i disturbi.
Ma è ovvio che se riempiamo le scuole di psicoterapeuti continuiamo in questo orribile capitolo della medicalizzazione della scuola.” Lo stesso sembra correggere il tiro subito dopo: “È logico che anche gli psicologi possono fare la loro parte nella scuola, ci mancherebbe, ma non possiamo mettere il carro davanti i buoi, scusate l’utilizzo di un proverbio obsoleto, ma ogni tanto ci vuole.
Con mettere il carro davanti ai buoi voglio intendere che a scuola non c’è la pedagogia, non ci sono i pedagogisti, sterminati da vent’anni.” Novara sembra sostenere che, se si è chiamato gli psicologi nelle scuole, questo è perché sono mancati i pedagogisti: “continuiamo ad essere l’unico paese europeo senza un profilo pedagogico nelle scuole, senza dare agli insegnanti una formazione pedagogica per cui se un insegnante conosce bene una materia sembra essere sufficiente, ma così ci facciamo del male, la scuola non potrà funzionare perché a scuola devi innanzitutto saper gestire una classe, un gruppo di persone, devi saper organizzare dei processi di apprendimento relativamente a delle aree di lavoro, devi far lavorare gli alunni e non parlare solamente.
Se non si ha competenza su tutto questo perché ti manca il metodo non ci sarà nessun psicoterapeuta che ti potrà aiutare, ma sarebbe utile che ogni scuola avesse una figura di consulenza pedagogica oltre ad una assunzione su base pedagogica e non semplicemente sulla base della conoscenza della materia.” In effetti la confusione qui sembra aumentare in modo esponenziale: ben venga dunque il pedagogista nelle scuole, anche se, a detta dell’autore, non ce ne sono più in giro, ma è vero che si chiamano gli psicoterapeuti a colmare il vuoto di pedagogia dominante per insegnare agli insegnanti come fare il loro mestiere?
E’ evidente che qui qualcosa non funziona: si critica la medicalizzazione della scuola perché si fanno troppo ‘neuro-certificazioni’; si sostiene che gli psicologi siano psicoterapeuti e che come tali non dovrebbero occuparsi di istruzione; s’invoca il consulente pedagogico per le scuole ma i pedagogisti sono stati sterminati probabilmente dai pedagogisti accademici; insomma senza volere esaltare oltre misura il modello evidence-based, però qui davvero le affermazioni sono assolutamente infondate, ferma restando la legittima richiesta di dare spazio alla pedagogia nella scuola.
Che il numero delle ‘neuro-certificazioni’ sia in aumento come quello delle disabilità è un dato fattuale, e su questo chiarezza è stata fatta, indicando anche alcune delle cause di questi incrementi. Che gli psicologi nelle scuole siano tutti psicoterapeuti, ma anche proprio no: gli Ordini regionali hanno vigilato perché fosse rispettato il dettato normativo nei bandi attuativi degli psicologi nelle scuole proprio al fine di evitare commistioni e confusioni – anche al fine di delineare con chiarezza i ruoli che spettano ai servizi sanitari territoriali allo psicologo che nella scuola opera come tale, non come psicoterapeuta.
Che il legislatore abbia chiesto la presenza dello psicologo e non dello psicoterapeuta è scelta che si muove proprio nella direzione di evitare la ‘medicalizzazione dell’intervento’ denunciata con foga da Novara (psicoterapeuti si è anche se medici, non solo se psicologi).
Insomma questa confusione proprio non ci voleva, anche perché rischia di alimentare sfiducia tra le famiglie e soprattutto tra gli stessi operatori scolastici sia verso gli psicologi che contro i pedagogisti.
Ben vengano quindi quest’ultimi, essendo stata riconosciuta la loro identità professionale di recente, ma che i loro sostenitori sostengano la causa senza creare l’ennesimo corto-circuito comunicativo di cui la collettività, non solo lo psicologo professionista, sia o meno psicoterapeuta e lavori o meno nelle scuola, non avverte affatto il bisogno.
Ora, giusto che Damasio abbia criticato l’errore di Cartesio separando ‘psiche’ e ‘soma’, ma un po’ di chiarezza e distinzione di cartesiana memoria sarebbe qui davvero necessaria.
In proposito merita di rivedere l’evento dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna del 03 marzo ultimo scorso sul tema proprio della psicologia scolastica, assai chiarificatore su cosa significa essere psicologi nelle scuole.
Peraltro le opinioni, per quanto infondate, di un pedagogista seppur ascoltato nel proprio campo, potrebbero anche non essere così rilevanti se non per il rischio che le argomentazioni usate diano una qualche forma di legittimità al disagio diffuso tra gli operatori scolastici nel gestire concretamente le situazioni legate, ad esempio, alle stesse ‘neuro-certificazioni’.
Paradossalmente è proprio l’assenza stabile dello psicologo nelle scuole che rende particolarmente gravosa per i docenti la traduzione operativa delle indicazioni provenienti dalle diagnosi cliniche, in particolare nel secondario superiore, nella didattica quotidiana.
Ciò può essere legato anche all’assenza denunciata di un’adeguata formazione pedagogica dei docenti, come sostiene Novara, ma gli insegnanti avrebbero soprattutto necessità del professionista che offre l’expertise utile al confronto sulla mediazione didattica di quanto emerge dal responso clinico.
E questa è materia di pertinenza specifica dello psicologo, neanche del pedagogista o degli improvvisati tutores degli apprendimenti, con buona pace degli stessi pedagogisti che possono e debbono comunque operare insieme agli psicologi nella costruzione e ricostruzione dei curricula di apprendimento alla luce delle esigenze di personalizzazione dello stesso, lasciando allo psicologo il suo ruolo clinico (e non psicoterapico) a tutto tondo e che non si esaurisce certo con la relazione diagnostica.
Non si tratta di sostituirsi ai docenti e insegnare loro il mestiere, quanto piuttosto di supportare il loro lavoro.
Questa situazione di mancato supporto, ad esempio nella redazione dei PDP, i piani didattici personalizzati per gli alunni con DSAp (e non solo), sta provocando una crescente insofferenza verso la gestione delle ‘neuro-certificazioni’, insofferenza che non si traduce affatto in una richiesta di maggiore pedagogia a scuola, come auspicato da Novara, bensì in un rifiuto generalizzato di questi compiti introdotti dalla Legge 170/2010 per l’intero team docente e il consiglio di classe e di altre innovazioni, quali quelle legate ai nuovi modelli di PEI, il Piano educativo individualizzato per gli alunni con certificazione di disabilità ai sensi della L.104/1992 così come modificata e rinnovata dai recenti decreti attuativi della L.107/2015 (la c.d. Buona scuola).
Gli stessi docenti tutores introdotti dalla decisione governativa – che peraltro è in continuità con quanto realizzato anche nella passata legislatura -, avranno perciò bisogno di tale supporto, così come ci sarà necessità per le attività di recupero di un supporto psicologico professionale interno alle scuole proprio al fine di aiutare il faticoso lavoro dei docenti nella concretezza dell’agire didattico.
Forse è davvero giunto il momento di riabilitare almeno lo spirito se non la lettera di Cartesio su tali questioni.

