Un recente studio della Fondazione The Bridge ha registrato un netto incremento delle problematiche legate alla salute mentale durante il periodo pandemico. I peggioramenti sono stati rilevati su una molteplicità di aspetti, sia nell’ambito delle persone già prese in carico dai servizi con “una diminuzione dell’aderenza al trattamento e incremento del rischio suicidario”, sia nella popolazione generale che riscontra un aumento del “rischio di sviluppare sintomi ansiosi, depressivi e stress correlati, aumento di dipendenze patologiche e di consumo di farmaci non soggetti a prescrizione, come gli ansiolitici e gli psicotropi”.
Una fotografia preoccupante che si intreccia significativamente con uno scenario socio-economico dai risvolti sempre più instabili e allarmanti, in particolare se si guarda al panorama nazionale. L’Italia, già fortemente penalizzata in periodo pre-pandemico, ha saputo cogliere l’opportunità, forse irripetibile, di ottenere un massiccio stanziamento di fondi europei, oggi articolato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Una quota significativa del pacchetto, pari a € 15,63 miliardi, è stata tradotta all’interno del mondo della Salute.
L’aspetto forse più interessante del Piano, è stata la sua capacità di non limitarsi alla mera distribuzione di risorse, ma un solido tentativo di riorganizzazione del modello sanitario nei territori del Paese. Un indirizzo che orienta le energie non più nel superato modello ospedalocentrico, ma in un’ottica di salute territoriale ad alta integrazione socio-sanitaria.
L’Italia, fin dagli albori della legge 833/78 e forse proprio in virtù di quest’ultima, non è stata in grado di produrre politiche sociosanitarie uniformi e diffuse attraverso le sue Regioni. Una disarticolazione che non solo non è stata in grado di mantenere le proprie promesse, ma che talvolta addirittura si è resa protagonista all’interno delle cronache di malasanità. In un mare magnum di modelli organizzativi, tagli e disservizi, l’Italia in seguito al 1978 ha saputo quantomeno mantenere costante il proprio punto di riferimento: Trieste.
Negli anni il capoluogo giuliano è stato in grado di puntualizzare progressivamente le proprie ingegnerie e strategie istituzionali, al fine di ottimizzare le risorse e organizzare il territorio nella sensibilità di una presa in carico globale e soggettiva delle persone. Un lavoro che ha consentito di ottenere alla città il riconoscimento di eccellenza mondiale per la salute mentale.
Se in altre Regioni la nuova organizzazione prevista nel PNRR è vissuta come una seconda rivoluzione, Trieste non è forse dello stesso avviso. Negli ultimi mesi l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano-Isontina ha presentato la nuova proposta di Atto Aziendale finalizzata ad una riorganizzazione del suo design istituzionale. Se chi la avanza sostiene si tratti di un semplice riordino delle cariche direttive, non sono pochi coloro che esprimono nutriti timori a riguardo.
All’interno della nuova organizzazione, in contrasto rispetto a quanto previsto nel PNRR e della letteratura acquisita nel periodo pandemico, si separa nuovamente l’aspetto sanitario da quello sociosanitario, indebolendo ineluttabilmente il secondo. A farne le spese quindi sarà il territorio, le sue risorse e non ultime le persone con i loro bisogni. La psicologia, al netto delle sue ramificazioni e differenze, ormai da molti anni sottolinea ed evidenzia l’urgenza di interventi sull’ambiente in cui si muove il cittadino.
Relegare l’intervento ad un percorso duale, distaccato da una visione della complessità e dalla multidisciplinarietà, rischia di limitare non solo il campo di azione della disciplina, ma più in generale la sua capacità di incidere sullo stato di benessere delle persone e quindi sulla loro salute. Trieste, da storico laboratorio di buone pratiche, anziché allontanare i contesti dai percorsi di salute, dovrebbe invece insistere sul territorio e inserire ulteriormente la figura dello psicologo all’interno di equipe multidisciplinari, consentendo non solo un ulteriore punto di forza nella presa in carico, ma anche un eccellente professionista nell’ambito della prevenzione.
Rispetto al passato la psicologia ha a disposizione una letteratura di enorme portata da cui poter attingere. Materiale sostanziale in grado di fornire fondamentali indirizzi alle politiche, non solo di natura sanitarie, e sulle determinanti sociali alla base della salute e delle malattie. Il recente “bonus psicologo” approvato in sede di commissioni congiunte Bilancio e Affari costituzionali della Camera, ha forse dato un primo timido segnale politico di apertura al mondo della psicologia.
Forse la politica sta finalmente facendo propria la definizione di salute dell’OMS, ovvero “non di semplice assenza di malattia, ma di uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale degli individui nel proprio contesto”.
Articolo scritto in collaborazione con Kevin Nicolini.

