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Home » Approfondimenti » Politica Professionale » Inchiesta Traccia-menti: qualche considerazione

Inchiesta Traccia-menti: qualche considerazione

19/11/2024 scritto da Jessica Ciofi

Questa inchiesta, svolta da tre giovani giornalisti nell’ambito del premio Morrione, pone l’accento su temi decisamente scottanti che mi suscitano diverse domande e riflessioni che mi preme condividere.

La prima: le piattaforme che offrono servizi di psicologia online, come la maggior parte delle piattaforme di telemedicina, utilizzano cookie di terze parti.

Questo significa che se io mi collego ad una piattaforma, per cercare informazioni sulla psicologia piuttosto che sulle coliche renali e fornisco il consenso senza leggere che cosa contenga, una serie di “terze parti” come ad esempio i social network, sapranno che un dato giorno ad una tale ora sono andata a cercare quel tipo di informazione e nelle ore o nei giorni successivi, vedrò comparire qua e là ad ogni mia ricerca, prodotti o servizi ad essa connessi.

Chi fa un utilizzo frequente di internet conosce questo meccanismo e non fornisce il consenso.

Ma in una società che va veloce e in cui la pratica della lettura è sempre più in disuso accade che la maggior parte degli utenti non conoscano il meccanismo e non leggano l’informativa che consentirebbe di conoscerlo.

Questo naturalmente è valido per qualunque sito, che si occupi di vendita di prodotti o che si occupi di vendita di servizi che hanno a che fare con la salute.

Chiaramente quello che qui interessa è questo ultimo punto. I dati sanitari sono infatti dati sensibili che devono rispettare le norme stabilite dal GDPR.

Nell’inchiesta, la collega che è CEO di UnoBravo, dice chiaramente che il tracciamento non riguarda né i dati da cui si può dedurre la motivazione per cui ci si colleghi alla piattaforma, né il nominativo, ma solo un numero identificativo, tuttavia i giornalisti dimostrano la relativa facilità con cui associare quel numero ad un nome e addirittura ipotizzano che un recruiter potrebbe decidere di escludere i candidati per un posto di lavoro che abbiano fatto ricorso ad un servizio di psicologia.

Mi chiedo perché non fare l’esempio opposto e non pensare che un recruiter potrebbe scegliere i soli candidati che abbiano avuto accesso ad un percorso psicologico o psicoterapeutico, scelta di per sé indicativa di alcune competenze trasversali fondamentali per lo svolgimento di molte attività professionali.

Ma al di là di tale considerazione, questa inchiesta mi ha fatto riflettere su un tema molto più generale che ha a che fare credo con l’idea di responsabilità.

Quella dello Stato, che potrebbe decidere, per la salvaguardia assoluta dei dati sensibili di impedire a chi tratti tematiche relative alla salute, di impedire tout court l’uso di cookies di terze parti, cosa che al momento non fa.

Quella delle piattaforme o dei dei siti che trattino questi temi che potrebbero decidere, come Serenis pare fare alla fine dell’inchiesta, di impedire di default questo tipo di cookies.

Quella individuale, da cui l’avvocato che compare nell’inchiesta pare sollevare dicendo: visto che l’informativa c’è ma nessuno la legge, il consenso non può considerarsi un consenso informato ed è dunque nullo, non valido.

A mio avviso i temi proposti sono davvero delicati, sulla questione di dove spostare il livello di responsabilità infatti si giocano le idee soggettive di Stato, di mercato, di libertà individuale.

Uno Stato che introduca una norma ad hoc per impedire i cookies di terze parti su quanto abbia a che fare con la salute, sta salvaguardando la privacy del cittadino o sta limitando il mercato? Dovrebbe dare forse mandato agli ordini professionali di dedicare una parte dei loro codici deontologici alle aziende che si avvalgono della collaborazione dei loro iscritti?

Le aziende che si occupino di prodotti e servizi che hanno a che fare con la salute, dovrebbero essere tenute a speciali normative tutte da costruire? Dovrebbero autoregolarsi dandosi dei codici etici?

Infine noi, utenti finali, cittadine e cittadini portatori del diritto alla salute, del diritto alla privacy e del diritto a ricevere informazioni trasparenti, preferiamo una protezione totale o preferiamo assumerci la responsabilità di leggere o anche di non leggere quanto ci viene espressamente comunicato?

Credo che la risposta a queste domande sia estremamente soggettiva e abbia a che fare con la propria visione del mondo.

Nell’invitare chi ne ha voglia ad esprimere tale visione, invito anche a proporre ulteriori domande che questa indagine possa aver stimolato, nella speranza di dare impulso ad un dibattito interno che pur essendosi già avviato stenta forse a diventare plurale.

L

https://www.raiplay.it/programmi/spotlight/premio-roberto-morrione-2024/inchieste

Categoria: Politica Professionale

Jessica Ciofi

Psicologa, Presidente di Professione & Solidarietà, dirigente del MO.P.I. Mi occupo di politica professionale con vari ruoli sin dal 1994 (ben prima della laurea) e di Ecm dal 2004 come consulente di vari provider.


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