Il giorno dei risultati è arrivato, oggi è il giorno dopo, quello dei commenti, delle considerazioni, dell’analisi del voto.
Ho pensato lungamente a scrivere qualcosa di “intelligente” in proposito, ho pensato ai confronti statistici sui dati, ai numeri, alle ragioni più o meno intuitive che hanno portato ai numeri.
Infine ho deciso di parlare di emozioni. Non sono un’ analista di dati e lascio tale analisi a chi ha più dimestichezza di me nel maneggiarli.
Parlerò quindi di un terreno che conosco meglio, il cuore del lavoro che svolgo con passione ed impegno.
La politica professionale è parte importante della mia vita, non solo di quella professionale, ma anche di quella privata. Ci sono immersa fin dall’adolescenza. Nel ’89 avevo 13 anni e a pranzo e a cena si parlava dell’istituzione dell’Ordine degli Psicologi.
A 17 anni imbustavo i volantini elettorali e partecipavo ai congressi, ne ricordo uno sulla guerra in cui per la prima volta ho sentito parlare del carteggio tra Freud e Einstein e ne sono rimasta estremamente colpita. C’era Marasco allora Presidente del primo Ordine degli psicologi della Toscana, Patrizia Adami Rook (moglie di mio padre e per me un po’ mater et magistra) e vari altri consiglieri.
Ricordo la passione e l’enfasi con cui mio padre parlava della partecipazione alla vita politica, l’importanza del dedicare parte del proprio tempo alla vita della comunità perché per stare bene come singoli è necessario che anche gli altri stiano bene ed è necessario confrontarsi su cosa sia il “bene”, ché ognuno ne ha una propria idea e ascoltare le idee altrui aiuta a volte a rafforzare le proprie e altre a modificarle, ma è sempre ricchezza.
Ricordo l’enfasi sul concetto di democrazia e lunghe chiacchierate sulla maggioranza e l’opposizione, sui loro ruoli nel panorama politico, sul rispetto delle istituzioni e delle regole, sull’importanza di conoscerle bene, comprenderle, attenercisi, ma anche, quando si ritengano ingiuste sul cercare di modificarle.
Ricordo l’esplosione del concetto di rappresentanza e sul complesso equilibrio da trovare, quando si scelga di avere un ruolo istituzionale, tra quelle che sono le proprie istanze e quelle della propria parte politica e quelle che sono le istanze della comunità intera, perché nel momento in cui si rappresenta la comunità la tua faccia non è più solo la tua o quella del tuo simbolo, ma anche quella di chi non ti ha votato.
Tutto questo per dire che la mia passione per la politica professionale e per la partecipazione è cresciuta nel tempo ed è stata supportata da una vera “educazione” alla politica.
Su questa base voglio raccontare le mie emozioni nei confronti della vicenda che riguarda il referendum sulle modifiche al codice deontologico, facendo anche l’ulteriore specifica che, come si può facilmente evincere, a suo tempo ho assistito alla sua nascita, ai dibattiti che lo hanno proceduto e seguito, ai referendum successivi per le modifiche proposte ed infine approvate.
Voglio anche dire che, nel mio vissuto il codice deontologico rappresenta la nostra identità professionale, qualcosa dunque in cui tutti noi dovremmo riconoscerci, forse non del tutto, non in ogni singolo aspetto, ma almeno in larga parte.
Ecco quindi che per me, l’interesse nei confronti della deontologia è qualcosa di profondo e assolutamente rilevante.
So bene che la mia è un’esperienza abbastanza peculiare all’interno della categoria, sono consapevole di questa fortuna e non mi aspetto che colleghe e colleghi vivano la cosa per come io la vivo.
Spesso accade purtroppo che il primo approccio alla deontologia professionale sia con la preparazione all’esame di stato e in futuro forse in preparazione della laurea che sarà abilitante.
Se parliamo poi del primo approccio con la politica professionale a volte è molto successivo rispetto all’avvio della professione e a volte… si vive per l’intera durata della professione senza che sia mai avvenuto.
Pensando dunque alle cause della scarsissima partecipazione al voto, da cui so di non essere l’unica ad essere rimasta delusa e profondamente amareggiata, credo che questa ne sia la causa principale e volendone cercare le responsabilità, le vedo come variamente distribuite.
L’accademia non ritiene di prevedere nei corsi di studi in psicologia corsi di deontologia né che riguardino il funzionamento politico, il governo della professione (salvo qualche sporadica esperienza di alcuni atenei su istanza di alcuni docenti).
Ci si iscrive oggi all’Ordine per poter lavorare, senza sapere quale sia il mandato istituzionale dello stesso, senza conoscere le funzioni degli ordini territoriali rispetto a quelle del CNOP, senza sapere cosa l’Ordine può fare o meno, senza conoscere neanche le norme che regolamentano la professione nei vari contesti in cui operiamo, senza la conoscenza di base dei ranghi di tali norme.
L’accademia a breve abiliterà ad una professione di cui ritiene sia necessario conoscere i soli contenuti scientifici, ma non l’ambito giuridico amministrativo in cui si svolgerà.
D’altro canto gli Ordini e le Associazioni di categoria, tutte, sia quelle che gli Ordini li gestiscono, sia quelle che stanno fuori dalle istituzioni, non si prodigano a mio avviso a sufficienza né per informare le future colleghe ed i futuri colleghi, né per informare gli iscritti.
Se parliamo poi del trasmettere la passione, del far passare il messaggio di quanto sia importante la partecipazione alla vita politica della comunità, della nostra comunità, quel luccichio che so essere nei miei occhi e che riconosco negli occhi di colleghe e colleghi come me impegnati nella “cosa pubblica” di qualunque colore, a prescindere dai contenuti che sostengono, ecco… quel luccichio credo che non riusciamo a trasformarlo in un faro di una portata sufficientemente ampia.
Ecco quindi che l’emozione portante per me oggi è la tristezza, una sensazione di fallimento.
Ma i fallimenti sono importanti. Sono momenti in cui ci si ferma e si fanno i conti, si cerca di capire cosa non ha funzionato, se ci siano aspetti da poter recuperare o se si tratti di ricominciare da zero.
Oggi ciò che voglio salvare da questa esperienza è il dibattito. Tardivo, disorganizzato, autogestito, con una pesante assenza istituzionale e una carenza di spazi fisici in cui potesse prendere forma, ma pur sempre attivo, vivo, vivace almeno in quelli virtuali.
Colleghe e colleghi che hanno letto, studiato, riflettuto, dibattuto su temi della professione che sono andati ben oltre i confini del codice deontologico e della sua revisione.
Si è parlato della psicologia e del suo rapporto con la “scienza” e con le scienze umane, si è parlato del consenso informato come concetto e non solo come norma da rispettare, si è parlato del segreto professionale e dei diversi contesti in cui ci troviamo a lavorare.
Si è parlato di quando le norme vadano rispettate e di quando si possa provare a modificarle, personalizzarle per renderle più adatte al nostro peculiare contesto.
Le modifiche al codice sono state occasione per esprimere consensi e dissensi, opinioni contrastanti ma quasi sempre ricche e articolate da parte di singoli e di gruppi.
Tutto questo mi ha fatto provare una gran bella emozione, la sensazione di stare in una antica agorà, la sensazione, pur falsata per certi versi, di una grande partecipazione, simile nei miei ricordi, a quella del primo referendum, tra quorum non raggiunti e appelli all’astensione.
Oggi non c’era un quorum da raggiungere e l’astensione aveva una diversa connotazione, le cose cambiano, si vota online e in un solo blocco, siamo forse triplicati e ci sono i social.
Personalmente e nella veste di Presidente dell’Associazione che rappresento vorrei ripartire da qui. Dai mutamenti avvenuti nella professione, dalle nuove sfide, in primis quella politica di accendere la scintilla della partecipazione negli occhi di quel 87% di colleghe e colleghi che hanno scelto di non votare o non lo hanno scelto perché non lo sapevano o non gli interessava.
Vorrei ripartire da questa sfida che accomuna tutte le Associazioni di categoria, tutte le Istituzioni di categoria e tutti coloro che hanno a cuore la professione a prescindere dall’idea di professione che portano avanti.
Vorrei ripartire dall’entusiasmo del confronto cercando di tenerlo attivo e costante perché credo che sia il cuore della politica e della democrazia e valga la pena di farlo battere forte questo cuore.
Nella mia idea di politica questo è sia un desiderio che una responsabilità che credo dobbiamo assumerci in prima persona combattendo gli spettri della disillusione, della rassegnazione ad una politica staccata dai bisogni, che non ascolta e non accoglie.
In questa fase della storia della nostra professione penso che la vicenda di questo referendum ci abbia regalato un grande insegnamento: per cambiare identità e costruirne una condivisa, in cui tanti, la maggior parte di noi, possano riconoscersi è necessario aprire al cambiamento.
Non è più il tempo delle commissioni tecnico-politiche che prendono decisioni nella stanza dei bottoni con audizioni private di cui non si trovano atti e passerelle in cui i tecnici raccontano e non danno spazio alle domande.
E’ il momento dell’ascolto, dell’accoglienza del dissenso, della messa in discussione, del cambiamento. E’ una grande occasione. Spero con tutto il cuore che riusciremo a coglierla.
Come diceva Gaber: libertà è partecipazione.

