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Home » Approfondimenti » Professione psicologo » Psicologia online e identità professionale: forma piatta o piattaforma?

Psicologia online e identità professionale: forma piatta o piattaforma?

28/10/2024 scritto da Cipriana Mengozzi

Con l’esplosione delle piattaforme online che offrono servizi di psicologia, in ogni dove si millanta una nuova era per il benessere psicologico, ricco di opportunità per professionisti e pazienti, attraverso la diffusione capillare della “pratica clinica”.

Le pubblicità pullulano: “Supporto psicologico senza uscire di casa! La psicologia online è la risposta!”; “Se vieni in terapia, Quello Bravo sei tu!” (Rif. Unobravo) – mi chiedo…e se non ci vieni, chi sei?; “Prenditi cura del tuo benessere mentale, il tuo psicologo è uno Psicoterapeuta” (Rif. Serenis) –

rifletto…quindi se vai da uno psicologo che non è psicoterapeuta non va/vai bene? Il messaggio sottostante a questi slogan è sempre lo stesso: se non fai terapia, non ti vuoi bene, sei sbagliato, sei un passo indietro agli altri.

Una bella leva di marketing basata sul senso di colpa e sul senso di inadeguatezza di chi non va dallo psicologo, sottendendo che “se non vieni in terapia, non sei nessuno”. Non si propone quindi un servizio di cui potresti aver bisogno, ma si dà per assodato che tutti ne hanno bisogno a prescindere, si vuol diventare virali (questo il termine tanto caro ai marketer e ai professionisti del digitale).

Ma che cos’è la psicologia online? L’ho chiesto a Google Gemini, che consente di scrivere gratuitamente articoli attraverso l’AI (Artificial Intelligence), e “il mio fedele assistente” ha risposto così: “È una forma di terapia che utilizza piattaforme digitali (…); tramite videochiamata, chat o email, puoi parlare con un professionista qualificato e ricevere gli stessi benefici di una terapia tradizionale”. Ecco, nemmeno ci ha considerati. Intendo dire che la definizione ricevuta non parte da “è una modalità di erogazione della pratica clinica dello psicologo, in alternativa alla terapia in presenza ed ugualmente efficace”, bensì esordisce direttamente col citare le piattaforme. Ed è vero che una piattaforma è sempre necessaria: come strumento tecnico, serve anche allo psicologo “non piattaformato” che vuole offrire i suoi servizi in rete (attraverso Whatsapp, Skype, Google Meet, Zoom, Microsoft Teams, etc..). Quindi, la parola “piattaforma”, non necessariamente significa “piattaforma che vende psicologia”. Tanti colleghi – come me – forniscono da anni il servizio online, da ben prima che le piattaforme oggi note esistessero.

Da adesso in poi, scriverò “piattaforma” quando intendo strumento tecnologico e, elevandone il rango attraverso la “P” maiuscola, utilizzerò “Piattaforma o Piattaforme” per indicare un tecnologico soggetto terzo che vende psicologi e psicologia (non è una ripetizione, perché la vendita in questo caso è sia di psicologia che di psicologi).

Quindi dobbiamo porci due differenti domande, afferenti a due leve motivazionali diverse: 1) “Perché le persone scelgono di affidarsi a uno psicologo online invece che in presenza?”; 2) “Perché le persone scelgono di affidare a una Piattaforma la scelta del proprio psicologo/psicoterapeuta di fiducia”?

Capite bene, che se nel primo caso viene scelto uno psicologo specifico (valutando chi è – quindi la sua identità, il suo cv – quindi la sua storia, i suoi social, le sue referenze, le sue competenze specifiche), nel secondo caso viene scelto qualcos’altro. Anzi, viene proprio delegata la scelta.

Sempre a Google Gemini, ho chiesto di scrivermi un articolo sulla psicologia online. Ecco la risposta:

Perché scegliere la psicologia online?

  • Comodità: Sessione ovunque e quando vuoi, senza vincoli di orario o luogo.
  • Accessibilità: Ampia scelta di terapeuti e costi spesso più contenuti.
  • Discrezione: Ambiente familiare e riservato.
  • Efficacia: Studi dimostrano che la terapia online è altrettanto efficace di quella in presenza. Come funziona?
  • Registrazione: Scegli un servizio online e crea il tuo profilo.
  • Valutazione: Un professionista ti guiderà nella scelta del terapeuta più adatto alle tue esigenze.
  • Sessioni: Inizieranno le tue sessioni online, con la frequenza e la durata concordate.

Quali disturbi si possono trattare?

Ansia, depressione, stress, disturbi del sonno, difficoltà relazionali e molto altro.

È affidabile?

Sì, i terapeuti online son professionisti qualificati e soggetti agli stessi standard etici di quelli in presenza.

Pronto a iniziare il tuo percorso?

Scopri le piattaforme online più affidabili e inizia oggi stesso a prenderti cura del tuo benessere psicologico. [Inserisci qui link a piattaforme di psicologia online]

Importante: Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del tuo medico.

Keywords: psicologia online, terapia online, benessere psicologico, salute mentale, psicoterapia, videochiamata, chat, e-mail

Note per l’ottimizzazione:

  • Breve e conciso: L’articolo è strutturato in paragrafi brevi e facili da leggere su schermo piccolo.
  • Linguaggio semplice: La terminologia tecnica è limitata al minimo per rendere il contenuto accessibile a tutti.  * Chiamate all’azione: L’invito a scoprire le piattaforme online incoraggia l’utente a intraprendere un’azione concreta.
  • Ottimizzazione SEO: L’uso di keywords rilevanti facilita la ricerca online. Possibili approfondimenti:
  • Vantaggi e svantaggi della psicologia online
  • Come scegliere il terapeuta online giusto
  • Consigli per una sessione online efficace  * Testimonianze di pazienti

Vuoi che approfondisca uno di questi punti?

Assolutamente, Google Gemini! Certo che voglio approfondire. Ma non solo con te!

Vorrei tanto infatti approfondire con i colleghi che da anni erogano psicologia e psicoterapia online per conto proprio, con i colleghi che come me – che sono “sul mercato” da 24 anni – non lavorano per le Piattaforme, ma che usano piattaforme tecnologiche per farsi conoscere e per erogare prestazioni sanitarie, colleghi che hanno diffuso la psicologia online ben prima dell’attuale concetto di “Benessere Psicologico dilagante, onnipresente e iperdiffuso” (perché in fondo, male non fanno “un par di sedute”).

Vorrei ascoltare l’opinione di tutti i colleghi che lavorano per le Piattaforme, per capire cosa succede nel nostro mondo professionale. Vorrei sapere come si sentono, come vengono trattati, vorrei chiedere loro se si sentono rispettati nelle loro scelte cliniche, vorrei indagare vari aspetti della loro identità personale e professionale, ascoltare i loro bisogni, e capire quanto sia gratificante non essere scelti direttamente dall’utente, ma essere abbinati all’utente da un questionario online e da un algoritmo. Vorrei indagare le differenze che ci sono tra setting e presa in carico del paziente da parte di un professionista che si offre online in modo autonomo, e setting impostato di base dalla Piattaforma. Vorrei capire se il motivo di questa loro scelta lavorativa è una costrizione (ho esigenza di stare a casa, ho problemi di salute, non so pubblicizzarmi e ho lo studio vuoto, sono incinta e in questo modo non smetto di lavorare, abito sul cucuzzolo della montagna e sono difficilmente raggiungibile a studio dagli utenti, etc…) o se aderiscono davvero ai valori spesso sbandierati dalle Piattaforme: diffondiamo il benessere psicologico (anche degli psicologi, perché diamo loro lavoro, e questo è un fatto concreto), abbiamo una funzione sociale (abbassando i prezzi agli utenti, pagando poco gli psicologi, che costringiamo  primo colloquio gratuito, fatto altrettanto concreto), rendiamo la psicologia e lo psicologo “accessibile” a tutti.

Detto ciò, esistono a mio parere indubbi vantaggi della psicologia online. Allarga le opportunità per le persone di accedere al servizio, è flessibile, fa risparmiare tanto tempo negli spostamenti, gli orari sono personalizzabili, si adattano alle esigenze lavorative proprie e dei propri familiari (non vi nascondo che anche per me è molto comodo a volte lavorare da casa, mentre faccio lavatrici e faccende varie, oppure “in relax” – come dico io, “sopra la giacca, sotto la ciabatta”, cosa a studio non potrei fare di certo) e soprattutto normalizza la richiesta di aiuto psicologico e la rende velocissima (basta un click e arriva: “scopri di più” è il pulsante di call to action più gettonato ultimamente sui social network, e ti porta dritto dritto in terapia). Però mi chiedo spesso, soprattutto ultimamente, come la professione in questi anni stia cambiando e come tutti questi cambiamenti rapidissimi devono farci riflettere su chi siamo e dove stiamo andando, ma soprattutto devono stimolarci al monitoraggio e alla comprensione in itinere.

Come psicologa del lavoro iscritta all’Albo degli Psicologi della Toscana dal lontano 2000, ho vissuto il pregiudizio dello psicologo nelle organizzazioni, visto come una specie di filosofo di cui non si capivano né il ruolo, né le specifiche competenze, ma soprattutto le aziende non ne capivano il valore aggiunto (tranne sporadiche situazioni illuminate che iniziavano a chiamarci per le indagini di clima organizzativo o per la selezione del personale). Il contesto organizzativo è stato però lungimirante: con le reti Intranet delle multinazionali per cui ho lavorato, mi son trovata già nei primi anni di attività professionale – si parla del 2002-2003 –, a intervistare online i lavoratori e raccogliere dati attraverso collegamenti digitali.

Come psicoterapeuta ho iniziato a fornire prestazioni online ben prima del Covid-19 e delle Piattaforme, occupandomi di studenti in dottorato all’estero e di dirigenti di multinazionali in trasferta, o di persone con contratto di lavoro italiano, che venivano mobbizzate e quindi cercavano lo psicologo italiano per la perizia (dato che il rapporto di lavoro era giuridicamente afferente al diritto italiano). A volte la forma era mista: si utilizzavano piattaforme per non interrompere il percorso di psicoterapia che era iniziato in presenza, e alla fine si percepiva la stessa identica efficacia di quando ci trovavamo fisicamente a studio (ma in questo caso la relazione terapeutica era stata stabilita in presenza, quindi la piattaforma era davvero solo un mezzo di facilitazione). Solo anni dopo ho iniziato a instaurare il rapporto online, proponendo il servizio online fin da subito, interrogandomi se questa scelta avrebbe o meno influito sul percorso proponibile e sulla sua efficacia.

A differenza del contesto aziendale, i miei dubbi nell’ambito della prestazione clinica erano tanti: sentirò la mancanza di contatto fisico?, il contatto visivo forzato e sempre in primo piano influirà negativamente sulla relazione?, come potrò ascoltare il linguaggio del corpo vedendo del paziente solo la faccia? E come potrò sentirmi come terapeuta con quegli “occhi negli occhi” tutto il tempo?. Nella mia testa scorrevano i libri universitari, divorati per laureami, e si aprivano domande pari a voragini. Mi son trovata a riconfigurare tutti gli elementi della comunicazione terapeutica, chiedendomi spesso se l’assenza di alcuni di questi elementi potesse limitare la profondità della relazione terapeutica. Ad oggi mi rispondo di no, ma è stata dura abbattere il pregiudizio, e ancora mi chiedo come facciano i colleghi più giovani ad apprendere le basi della nostra professione iniziando dal vedere pazienti solamente online, senza aver vissuto lo studio in presenza. Perché online la professione non è più facile, semmai è più difficile. Le persone si collegano dall’auto, da ambienti pieni di distrazioni, nella pausa pranzo in ufficio quando gli altri sono usciti, spesso la seduta inizia in corsa mentre si isolano dalle altre persone. Per non parlare del mezzo tecnico, che quando ci si mette di buona lena a non funzionare, si interrompe la chiamata, non senti l’audio, crea una frustrazione consistente all’interno della relazione terapeutica. E la privacy? “Nonna non entrare, sono in chat con la mia psicologa!” (frase che mi ha detto giusto ieri sera una mia giovanissima paziente di Roma, che ha ripreso più volte sua nonna, adirandosi decisamente durante il colloquio, non senza effetti sulla sua compliance).

Ma ciò che mi spaventava più di tutto all’inizio, era la gestione delle emergenze. Mi è capitato a studio di dover gestire un attacco di panico a seguito di una riattivazione emotiva. Online, come avrei fatto? E mi chiedo spesso come facciano i colleghi che hanno imparato a lavorare direttamente grazie alle Piattaforme ad assumersi un tale rischio.

Personalmente ritengo la psicologia online un buon mezzo, tutto sommato, che se ben gestito non ha niente da invidiare alla terapia in presenza, e per tale motivo non va squalificato, nemmeno sul fronte del prezzo. Il prezzo basso è sempre stata un’arma a doppio taglio nel marketing, perché attira clienti, ma quanti ne restano dopo il primo colloquio? Quanti sono attratti da me come psicoterapeuta (un po’ di sano narcisismo a volte ci vuole, cari colleghi) e quanti solo da quel prezzo così accessibile? A tal proposito mi chiedo spesso se sia accessibile il prezzo, o la terapia. Un prezzo basso iniziale certo può aiutare a far conoscere un nuovo prodotto sul mercato e a conquistare una fetta di clientela, ma mi chiedo se possa aiutare lo sviluppo della professione e come incida sull’identità professionale degli psicologi, sia auto-percepita che agli occhi dell’utenza finale. Un prezzo troppo basso può svalutare il prodotto agli occhi dei consumatori, associandolo a una qualità inferiore, e non mi piace affatto l’idea che i colleghi che lavorano in Piattaforma siano percepiti come professionisti di qualità inferiore, né tantomeno mi piace vedere la nostra professione “svenduta” e banalizzata, assoggettata alla “guerra dei prezzi” o del miglior/peggior offerente. Ciò innesca inevitabilmente una spirale competitiva difficile da interrompere, lontanissima dalla valorizzazione e differenziazione delle competenze professionali: è una forma piatta, con conseguenti margini di profitto sempre più ridotti, condizioni lavorative sempre peggiori e diminuzione della percezione di valore. Perché si sa: i consumatori tendono ad associare un prezzo elevato a una qualità superiore e sono disponibili a pagare di più per prodotti che percepiscono di alta qualità e servizi di maggior efficaci, ma questo discorso mal si confà a una Piattaforma, che vende a basso prezzo su economie di scala e che non punta per niente sull’identità dei singoli professionisti (trattati come interscambiabili, tanto da tenerne parcheggiati dai 1500 ai 6000, con alti tassi di turn-over interno, manovrando gli accessi tramite questionario e algoritmo di abbinamento).

Non esiste nel mondo delle Piattaforme il “personal branding” (cioè, la diffusione personale del proprio brand-nome e reputazione professionale), in Piattaforma non scelgo lo psicologo, scelgo il prezzo basso e scelgo che la Piattaforma scelga per me chi è il “migliore” per il mio percorso (migliore in base a cosa, mi chiedo, ma questa riflessione aprirebbe un altro scenario che magari affronterò in un prossimo articolo). Non mi interrogo solo sulla scelta del servizio, ma anche sul piano della cosiddetta “assistenza clienti”. La prima bandiera dei prezzi alti, al giorno d’oggi, è puntare tutto sul post-vendita, dedicando prezioso tempo alla cura e mantenimento della relazione. Quando compro a basso prezzo, e al tempo stesso mi aspetto lo psicologo “quando voglio e sempre presente”, come faccio i conti col fatto che spesso del mio psicologo di Piattaforma non ho nemmeno il numero di telefono? E se posso compulsivamente acquistare più colloqui per raggiungere il mio psicologo o se posso gestire da solo il setting nella parte che riguarda la calendarizzazione delle sedute, come “sposto” il percorso e le valutazioni del terapeuta? Devo darmi un limite, per adesso mi fermerò qui su questa affascinante direttrice di riflessione.

È giunta l’ora di prendere una posizione, se pur provvisoria e in corso di studio, e dirvi se sono favorevole o meno a tutto quanto esposto. Sono io, Dr.ssa Cipriana Mengozzi – Psicologa del lavoro Psicoterapeuta, iscritta OPT n. 2750, favorevole alla psicologia online? Sì. Sono favorevole alle piattaforme digitali? Sì. Sono favorevole alle Piattaforme “P” maiuscola, come Unobravo e Serenis? Sì, ma a patto che seguano le stesse regole di tutta la psicologia (in presenza e online), che da anni milioni di psicologi rispettano, nella trasparenza e nel decoro della professione.

Cito queste due Piattaforme in particolare, non solo perché sono le più grosse e perché sono state le prime a entrare sul mercato, dando fortunatamente lavoro a tanti colleghi, ma in quanto queste due Piattaforme sono appena diventate strutture sanitarie della Regione Lombardia, con autorizzazione d’esercizio specifica, comprensiva dell’obbligo di avere un Direttore Sanitario responsabile del processo terapeutico; sono quindi attualmente soggetti sanitari privati che operano in continuità col Sistema Sanitario Nazionale. Le loro pubblicità sono a tutti gli effetti pubblicità sanitaria, i colloqui finiscono in cartelle cliniche, pertanto esigibili dal cittadino esattamente come la cartella clinica della ASL o dell’Ospedale. In aggiunta al sanitario, la Piattaforma Unobravo si è appena configurata come “Società Benefit”. Sapete che significa? Le società benefit sono le aziende che hanno l’ambizione di rappresentare l’evoluzione del concetto stesso di azienda, dato che integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera. Quindi grazie Unobravo, se lo farete davvero.

La tecnologia non è buona o cattiva. Ci sono “vantaggi e svantaggi” della psicologia online, l’importante da parte della nostra comunità professionale è difendere gli aspetti etici e aiutare le persone a fare una scelta consapevole, basata su chi siamo, e non su quanto poco costiamo o sul poterci raggiungere in qualsiasi momento. Siamo psicologi. Online o a studio, siamo e restiamo psicologi.

Categoria: Professione psicologo

Cipriana Mengozzi

Psicologa del lavoro, psicoterapeuta, formatrice


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