Quanti psicologi ad oggi sanno di cosa si tratta? Cercherò di illustrare al meglio sia la normativa attuale che le possibilità ad essa correlate, in un terreno dove noi psicologi siamo – purtroppo – ancora troppo poco coinvolti e dove invece le nostre competenze sarebbero non solo preziose, ma anche essenziali.
La gestione del rischio clinico e la sicurezza del paziente sono un ambito scientifico che da pochi anni è diventato parte integrante delle strategie di Governo Clinico del Ministero della Salute. Si tratta di un approccio proattivo che mira a identificare, valutare e mitigare i potenziali rischi associati all’erogazione delle prestazioni sanitarie. La gestione del rischio clinico è importante perché si fonda sulla prevenzione degli errori, incidenti ed eventi avversi che possono causare danni ai pazienti, nell’ottica di un costante miglioramento della qualità, da effettuarsi attraverso l’analisi dei rischi, col fine ultimo di ottimizzare i processi assistenziali. Ogni Regione italiana ha l’obbligo, nelle sue strutture sanitarie sia pubbliche che
private, di monitorare questi aspetti per garantire ai pazienti sempre una maggior sicurezza delle cure.
Il sistema di gestione del rischio clinico parte dalla identificazione dei rischi, sia attraverso l’analisi dei dati (incidenti, quasi incidenti) sia attraverso la segnalazione spontanea degli operatori, che si rivolgono a un facilitatore aziendale che li possa aiutare a far sì che quanto accaduto non si ripeta in futuro. Ogni rischio viene valutato in base alla sua probabilità di verificarsi e alle potenziali conseguenze. Il processo di gestione del rischio clinico è quindi continuo e richiede un monitoraggio costante dei risultati e un aggiornamento delle misure adottate e ciò viene fatto attraverso molti strumenti, alcuni dei quali sono particolarmente affini alle competenze dello psicologo. Vengono infatti analizzati i casi di errore, valutate le condizioni del lavoro in team, condotti gruppi di auditing e passate al vaglio tutte le condizioni stressogene del sistema che hanno favorito l’insorgere dell’errore nell’operatore sanitario, che ha così prodotto una performance al di fuori delle attese. Si adottano inoltre misure di training e formazione, attraverso simulazioni, per valutare la preparazione del personale di fronte alle situazioni di emergenza.
In questo processo complesso e continuo, che richiede un impegno costante da parte di tutti gli attori coinvolti, il ruolo della psicologia cognitiva e della psicologia del lavoro la fanno da padrone. Molti errori, infatti, sono spesso dovuti a interruzioni, distrazioni, stressors, contesti difficili, cattivo clima interno, conflitti organizzativi, che provocano bias della cognizione umana, che noi psicologi conosciamo bene.
L’idea di questo articolo nasce quindi principalmente da due ordini di riflessioni: il primo riguarda una personale esperienza lavorativa ultraventennale ed ancora in corso (prevalentemente declinata come intervento di psicologia del lavoro e dell’organizzazione, a stretto contatto e confine con l’ergonomia cognitiva) maturata per diversi anni nell’ambito della gestione del rischio clinico, prima come incaricata esterna di Aziende Sanitarie e/o ospedaliere, poi all’interno di varie strutture sanitarie private; il secondo riguarda invece il percorso effettuato durante i quattro anni di specializzazione in psicoterapia presso la
Scuola PSIOP di Padova, che a differenza di altre scuole ha un taglio aggiuntivo integrato sul disagio e sulle problematiche lavorative, il che mi ha dato lo spunto giusto per pensare ad un’applicazione delle nostre competenze professionali in ambiti limitrofi, aprendo la strada all’utilizzo della psicoterapia come strumento di sostegno agli operatori della Sanità pubblica e privata che incorrono in un errore medico, in relazione alla gestione dei rischi clinici e ad esperienze lavorative traumatizzanti (la domanda di sostegno psicologico clinico e di un’eventuale psicoterapia, nasce quindi nell’organizzazione – e dall’organizzazione – nonché da eventi insiti nella quotidianità del lavoro sanitario).
L’obiettivo del mio ultimo incarico pubblico presso l’Azienda Universitario-Ospedaliera di Parma, svolto nel 2017, mi ha visto impegnata – tra le altre cose – proprio nel difficile ruolo di mediazione della rabbia e dello sconforto in caso di errore medico. Mi sono occupata di organizzare gli incontri tra il paziente e i suoi familiari, con il medico che aveva “sbagliato” una pratica clinica. Il contesto, denso di emotività 1 negativa, si scioglieva e diventava produttivo solo se si riusciva a passare il messaggio che la struttura sanitaria e i suoi operatori non se ne stavano “lavando le mani”, anzi avevano analizzato l’accaduto ed
erano pronti e disposti a parlarne in totale trasparenza.
Il ruolo della nostra professione, ad oggi purtroppo non previsto legislativamente in questo contesto, sarebbe centrato ed essenziale, sia sul fronte dell’analisi dell’evento avverso (spesso dovuto a errori di tipo cognitivo, come disattenzioni, dimenticanze, fallimenti di memoria) sia sul versante della relazione tra operatori e con l’utenza, per mitigare rabbia e sentimenti negativi. Molto facile risulta accusare il singolo operatore sanitario, ma sta invece nel superamento dell’approccio accusatorio come modello di lettura degli errori, a favore di quello mirato al sistema, la vera opportunità di crescita e condivisione.
In tal senso errori e violazioni vengono dotati di senso, al fine di riprogettare l’organizzazione sulla base degli eventi che via via la mettono a prova (e che in alcuni casi si rendono necessari all’efficacia stessa del sistema).
L’approccio accusatorio alla persona, spesso ostacolo anche in psicoterapia, si focalizza sugli errori che gli individui possono commettere e l’attenzione è fondamentalmente rivolta alle persone in prima linea (front-line). Si tratta del margine più esterno del sistema, coloro che operano in stretto contatto con l’ambiente, con gli altri sistemi, coloro che sono più prossimi all’errore o all’incidente. Questo tipo di approccio focalizza l’attenzione sui limiti cognitivi degli individui (“colpevoli” di approssimazione, disattenzione, imperizia, inadempienza, etc.) e prevede contromisure di tipo disciplinare e punitivo, confondendo errori involontari e violazioni intenzionali, ineliminabili limiti cognitivi e voluti sabotaggi. Il modello, di tipo lineare (di tipo causa-effetto), non va però ad eliminare le condizioni organizzative che portano all’errore e non permette al sistema e al contesto in cui esso si trova di migliorare e di crescere, di apprendere dai propri errori e di aumentare la propria capacità di essere resiliente. Inoltre, l’accusa alla persona senza il dovuto sostegno nell’affrontare le conseguenze psicologiche dell’errore compiuto, non fa che aggravare la situazione lavorativa generale, contribuendo a incrementare la probabilità di prossimi (e simili) errori, dato che non consente alcun apprendimento né da parte del sistema né da parte della persona. Un sistema che punta tutto sulla resilienza dell’operatore è destinato a fallire molto presto. Un sistema invece che avvalora le competenze e che inserisce Il livello organizzativo, come
formazione generativa ed empowerment nel lavoro, per la promozione del benessere delle persone e delle organizzazioni, è sicuramente un sistema che auto-apprende e rispetta le persone.
La Gestione del Rischio Clinico in Sanità apre quindi enormi spazi di intervento non solo sul piano psicologico, ma anche psicoterapeutico, e non la si può, a mio parere, ridurre a una logica organizzativa e di sistema volta solo al paziente e alla sua sicurezza. Ciò va contro la logica stessa di sistema, se per sistema intendiamo non solo ciò che leggiamo a livello organizzativo (a favore del paziente), ma anche ciò che rileviamo a livello clinico e personale (a favore degli operatori). Troppo spesso leggendo la letteratura sull’argomento, le Linee Guida nazionali prodotte dal Ministero della Salute o i materiali delle singole Regioni, si trovano all’interno precisi metodi e strumenti di lettura del caso, di miglioramento organizzativo e auditing, ma rimane tendenzialmente scoperta tutta la parte psicologica dell’operatore, che a pieno titolo è una seconda vittima in caso di errore umano, perché incorre in un errore che mina la sue identità di professionista della relazione d’aiuto.
Vi sono in effetti saltuariamente espresse alcune indicazioni e riferimenti ad aspetti psicologici nelle legislazioni nazionali e regionali, ma non appare ancora emersa ad un giusto livello di coscienza la necessità di sostenere e curare l’operatore nella sua pratica professionale. La resilienza psicologica, l’autostima-autoefficacia, la formazione generativa e l’empowerment, il sensemaking e la riflessione complessiva sugli aspetti clinici ed organizzativi della vita professionale, potrebbero recuperare il valore della persona e del suo sostegno reale all’interno delle organizzazioni, persona al tempo stesso centro e periferia di un sistema sanitario che garantirebbe così il giusto valore per tutti i suoi componenti. La via è ancora lunga, e presuppone un lavoro non solo sul piano professionale e clinico, ma anche (e direi soprattutto, dato il difficile contesto di riferimento) sul piano giuridico e organizzativo, con psicologi e psicoterapeuti pronti ad offrire competenze nel settore del Clinical Risk Management, non appena vi siano recettività e cultura disponibili a tale intervento.
L’impegno attuale è di prepararsi e aggiornarsi per garantire competenze ed efficacia d’intervento. L’augurio è che tale tempo possa non essere troppo lontano.

