Lontano da supposizioni e interpretazioni, con questo articolo desidero descrivere la realtà dei fatti su un tema che negli ultimi giorni è stato oggetto di vari giudizi ma ben poche riflessioni oggettive.
Non voglio discutere sul modo di fare pubblicità dell’azienda “Uno Bravo” Perché questo è opinabile, discutibile sia all’interno tra i colleghi che lavorano per l’azienda che
all’esterno tra colleghi che si sentono coinvolti come professionisti.
È certamente più semplice e scatena meno dinamiche un modo di fare convenzioni con aziende attente alla salute mentale dei propri dipendenti e che stipulano convenzioni con varie piattaforme prendendosi carico del pagamento delle prime 5 sedute di psicoterapia.
Suscita invece un impatto diverso, che ci fa storcere la bocca con tutto il naso il fatto di essere associati come professionisti ad un qualsiasi “prodotto”.
Ma da qui a sentirsi liberi (io direi “libertini”, perché la libertà ha ben altre caratteristiche soprattutto nella relazione con gli altri!) di giudicare i colleghi che hanno stipulato un contratto con “Uno Bravo”, è ben altro!
Sentirsi “liberi” di poter dire la propria opinione spacciandola per verità assoluta ma in realtà dicendo e scrivendo molte inesattezze.
Sentirsi dalla parte del “giusto”, di essere i paladini che difendono il valore e il decoro della nostra professione, definendo chi ha scelto di affidarsi ad un’azienda
sanitaria online come “pezzente”, “piccolo” e “bisognoso” mi pare davvero troppo.
Mi sono chiesta se questo modo di definire i colleghi mi colpisce e ferisce a causa del mio coinvolgimento personale, visto che ci lavoro, ma so che non è solo questo.
Il mio NO è facilmente rintracciabile nell’impegno costante che, insieme al mio gruppo, ormai da tempo rivolgo alla politica professionale, basti pensare ai tanti movimenti fatti per aiutare i colleghi che subiscono ingiustizie e si sentono impotenti a combattere verso cose “più grandi di noi”.
Un esempio tra i tanti è quello che è accaduto in questi ultimi mesi alla provincia Pugliese BAT in riferimento all’ “Avviso Pubblico, ai sensi dell’art. 15 octies del d. lgs. 502/1992 e s.m.i, per il
conferimento di n. 2 incarichi a tempo determinato e pieno di Dirigente Psicologo”.
Pur non essendo coinvolta personalmente perché non ho fatto domanda, ho allertato, come Responsabile Regionale di Professione & Solidarietà, l’Ordine della Puglia, il quale ha avviato diffida nei confronti dell’ASL BT ma non ha ricevuto nessuna risposta e ha consigliato di rivolgersi ad un avvocato.
Si tratta di un posto di lavoro di pochi mesi e ai colleghi è stata chiesta per l’azione legale una cifra di 1000 euro a testa (circa 15 persone).
Sicuramente non siamo stati tutelati e non è stata tutelata la categoria e, soprattutto, nessuno ha parlato pubblicamente di questo episodio increscioso.
Facciamo allora un passo indietro per capire meglio: tempo fa ho deciso di candidarmi come professionista che presta la sua disponibilità lavorativa all’azienda “Uno Bravo”, una delle piattaforme online per consulenze psicologiche e psicoterapia.
Da anni mi occupo di politiche attive e sono in contatto con migliaia di colleghi che spesso mi
chiedono consigli di qualsiasi genere riguardanti la nostra professione: adempimenti amministrativi, fiscali, previdenziali, bonus psicologo, altri tipi di bonus, piattaforme pubblicitarie e dal 2020 anche sull’ azienda “Uno Bravo”.
Le mie risposte ai colleghi sono sempre state dettate come da nostro codice deontologico da scienza e coscienza nel senso che, quando non conosco un argomento, invio a chi lo conosce oppure vado a studiarne nei particolari.
La mia esperienza lavorativa con questa azienda comincia proprio con questa intenzione di
informarmi se fosse davvero una cosa buona per i giovani colleghi che cominciano ad approcciarsi a questo lavoro e che non possono permettersi ancora uno studio.
Avevo il mio lavoro e il mio studio e non cercavo sicuramente “l’elemosina”, così è definita da
alcuni colleghi la parcella percepita per una seduta.
Ed ecco la mia esperienza sulla piattaforma: superato l’iter che termina con la
stipula del contratto, dopo aver notato che risulta davvero attento, metodico e fiscale, comincio a lavorare sulla piattaforma (già, in effetti non prendono chiunque… a
sfatare “il sentito dire”!).
Scopro con molto piacere che sono davvero organizzati e che lo psicoterapeuta fa solo il suo lavoro mentre la parte burocratica è sempre a carico dell’azienda.
Bene, mi dico, così almeno non perderò del tempo per questa indagine e prenderò in carico solo qualche paziente a prezzo calmierato, così come capita quando ricevo in studio, per capire davvero di cosa si tratti e poter avere dati oggettivi per l’orientamento professionale.
Nel giro di pochi mesi ho potuto constatare il modo di fare “team”, fondamentale per i colleghi all’inizio della loro carriera che sperimentano il senso di solitudine proprio agli inizi di questo lavoro.
Scopro che di obbligatorio ci sono alcuni corsi che riguardano il setting e la clinica tutto il resto è facoltativo ma consigliato.
E qui vengo a sfatare un altro pensiero sviscerato da una collega che tra l’altro fa parte di un’associazione di categoria e che scrive su un post che definirei “delle mezze verità”.
Scrive per esempio queste testuali parole: “le ricadute sui professionisti che aderiscono alla piattaforma i quali non sembrano avere voce in capitolo sulle scelte di marketing dell’azienda…” e continua “ … ma contemporaneamente ne sono parte integrante, visto che devono specificare sui propri profili social l’adesione alla piattaforma e altro che non mi viene in mente in questo momento”.
Innanzitutto, è importante chiedersi a precisazione della questione sollevata per cui “i professionisti che non hanno voce in capitolo sulle scelte di marketing dell’azienda”: per quale azienda i professionisti hanno mai avuto voce in capitolo per quanto riguarda le scelte di marketing? Tuttavia, l’azienda con un comunicato stampa ha affermato che da oggi in poi i 6000 colleghi che lavorano su questa piattaforma avranno modo di comunicare o meno il loro assenso a nuove forme di pubblicità.
Per quanto riguarda invece l’affermazione “…visto che devono specificare sui propri profili social adesione alla piattaforma…”, difatto non corrisponde alla realtà, in quanto è consigliato per una questione di visibilità e/o possibilità di ricevere richieste specifiche sulla piattaforma ma non è obbligatorio.
Nello specifico della mia esperienza di un anno con questa piattaforma, non ho mai indicato su alcun profilo che lavoro con loro e non ho mai ricevuto solleciti a farlo o contestazioni per non averlo fatto.
Per quanto concerne la questione retribuzione, mi sono chiesta più volte perché venga denigrato questo tipo di pagamento che tra l’altro rientra nella legalità dell’equo compenso, quando abbiamo ben altri esempi di svalutazione e sottostima del valore della nostra attività (basti pensare al Terzo settore e alle cooperative).
Forse abbiamo dimenticato che… i colleghi ex articolo 80 che lavorano nelle carceri, fino a qualche mese fa percepivano poco più di 17 € l’ora ed appena c’è stata l’adeguamento all’equo compenso hanno cominciato a percepire 30 € lorde ma molti istituti penitenziari hanno diminuito le loro ore e quindi si sono ritrovati a guadagnare anche meno di quanto guadagnavano prima.
Perché oltre alla categoria dei colleghi ex articolo 80 quasi nessuno si è interessato a questa
problematica?
Per non parlare dei colleghi che hanno dovuto stipulare contratti da educatore (Prima dell’istituzione dell’albo degli educatori) a 7/8 € l’ora per poi prestare il loro lavoro come psicologi all’interno di varie cooperative.
Cose che si sanno essere illegali ma che sono andate avanti per anni con il tacito consenso di tutta la comunità professionale eccetto qualche sporadico lamento sui social.
Ma senza andare troppo lontano e paragonando uno stipendio di chi lavora in questa azienda con chi lavora in un’Azienda Sanitaria Locale, già si possono fare paragoni un po’ più concreti e realistici del “sentito dire” e del “secondo me i colleghi si svendono”, “è una vergogna”, ecc…
Lavorando 5 ore al giorno in Uno Bravo escluso il sabato e la domenica si guadagnano 3000 euro lordi, con un orario che si può autodeterminare in base ai propri impegni, senza timbrare il cartellino, senza avere spese di spostamenti e…. molti liberi professionisti possono accedervi rapidamente per candidatura.
Teniamo presente che gli psicologi che lavorano presso il Servizio Sanitario Pubblico rientrano nell’area della dirigenza sanitaria, percependo al netto circa €2.500 per 38 ore settimanali e sono ancora pochi nel numero di assunzioni.
Circa 6000 colleghi lavorano con Uno Bravo ed il numero va crescendo in maniera esponenziale.
In quest’anno interfacciandomi con questa nuova realtà, ho potuto modificare la mia motivazione iniziale.
La parte burocratica della quale ci siamo sempre lamentati sui vari social domandandoci spesso se fossimo psicologi o commercialisti, è presa in carico dall’azienda che si occupa dei pagamenti, emette ed invia fattura.
Il paziente è come se entrasse in un qualsiasi ambulatorio e tratta questa parte burocratica con l’azienda mentre con lo Psicoterapeuta effettua solo il suo lavoro: la seduta.
Il professionista emette ogni mese un’unica fattura elettronica verso l’azienda e questa
puntualissima invia il pagamento.
Ne approfitto per rispondere ad un’altra domanda che i colleghi si pongono e alla quale danno una risposta che riguarda la loro opinione ma non la realtà dei fatti.
L’azienda Uno Bravo è un’azienda sanitaria che è diventata un centro medico perché al suo interno non ci sono solo psicologi ma altre figure sanitarie come medici, psichiatri e biologi nutrizionisti.
Spesso con questi colleghi si lavora in sinergia proprio come in un centro medico, quindi in equipe.
I clienti trovano all’interno la rilevazione dei bisogni, l’individuazione degli obiettivi terapeutici e il sostegno adeguato alla loro problematica.
Insomma, ammetto di aver risparmiato molto quest’anno perché ho diminuito drasticamente le spese.
Viene data la possibilità di usufruire delle supervisioni gratuite (sia individuali che di gruppo) e i veterani come me ne riconoscono il valore…
Sono gratuiti anche i corsi sul setting, quelli di clinica e tanti altri aggiornamenti.
Ci sono anche incentivi come una sorta di premio produzione due volte l’anno.
Sarà perché sono figlia di un commerciante e soprattutto perché ho lavorato per anni nei suoi uffici, che faccio spesso questi calcoli di tante spese che, come professionisti, risparmiamo e scelgo di restare a lavorare perché mi conviene economicamente e mi piace anche il tipo di relazione che ho instaurato con la mia team leader e tutto il mio gruppo di lavoro.
In pratica non resto perché “ho le pezze al c**o” come ho letto da più parti sui social.
Non resto nemmeno perché sono vittima di un sistema che ha prodotto questa situazione come scrive un’altra collega: “Poveretti questi giovani: una massa di persone che cerca di sopravvivere. Chi ha prodotto questa situazione si deve vergognare!!”
Ho voluto scrivere questo articolo non certo a protezione dell’Azienda, semmai a tutela della nostra categoria professionale come comunità di professionisti “pensanti”!
Il mio vuol essere un invito a non assolutizzare in nome dell’etica deontologica, rischiando, al contrario, di fomentare pregiudizi e sminuirci nel nostro essere professionisti della relazione d’aiuto!

